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Istituto Comprensivo Statale 7 "L.Orsini" di Imola (BO)
ISTITUTO COMPRENSIVO 7
"L.ORSINI" - IMOLA
Via Vivaldi, 76 - Tel 0542 685100
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Oggetto: Lettera della dirigente scolastica per il nuovo anno scolastico
Lettera della dirigente scolastica per il nuovo anno scolastico

Protocollo/Numero: 199
Pubblicata il: 25/09/2014
Destinatari: Docenti, ATA, Genitori, Studenti
Plessi: Scuola Secondaria I Grado "L. Orsini", Scuola Primaria "B.Bizzi", Scuola Primaria Ponticelli, Scuola dell'Infanzia di Ponticelli

 

 Lettera della dirigente scolastica
al personale della scuola e ai genitori degli alunni

  

Con l'augurio di un sereno anno scolastico a tutti, anche quest'anno mi permetto di proporvi, come riflessione di avvio, una lettura, già presentata al Collegio dei docenti del 2 settembre. Si tratta di un brano tratto da “La scuola non serve a niente”, Ed. Laterza (Cap. 1, L’era del “Rinuncianesimo”), di Andrea Bajani, scrittore che da anni si occupa di scuola.

 

la Dirigente Scolastica
Prof.ssa Manuela Mingazzini

  

 Scegliere una parola è sempre un atto di responsabilità. Tra le tante parole che si potrebbero usare, si decide di usarne una, di farla propria escludendone delle altre. Il bambino la scopre subito, la potenza della parola. Si trova degli ordigni fra le mani e non sa ancora che potranno esplodere.

Li usa come giocattoli, se li mette in bocca come fa con tutto. Mettere in bocca un giocattolo, per un bambino, significa saggiarne la consistenza, sentirne la temperatura, verificare la natura della superficie pur ignorandone completamente il funzionamento.

Una volta che avrà dato un gusto a quel giocattolo, lo riappoggerà sulla coperta e ne prenderà un altro. Finirà per distinguere i giochi per gusto, tratterà il mondo alla stregua di un ghiacciolo. Ma mettere in bocca una parola non significa solamente sentirne il gusto e la temperatura: vuol dire togliere la sicura all’ordigno, strapparla via con i denti e sputarla in terra.

È per questo che un bambino impara quanto è importante usare una parola invece di un’altra.

Perché dopo averla messa in bocca, dopo aver strappato la sicura, la parola esploderà.

Per questo, dal momento in cui il bambino intercetta l’esistenza degli ordigni alfabetici, la sua vita non sarà più la stessa.

Si accorge che una parola può far succedere il mondo, modificarlo, graffiarlo, abbracciarlo, interrogarlo, metterlo all’angolo.

Basterà pronunciarne una per vedere arrivare – miracolo! – oggetti, pappette, nonne in soccorso, zii travestiti da pagliacci. E ne sarà sufficiente un’altra perché tutto questo finisca, perché nonne e pagliacci si dissolvano e torni il silenzio, e gli spettacolini lascino il posto prima al carillon e poi al sonno. Un bambino impara – senza che glielo insegni nessuno – che nominare il mondo, prenderlo a parole,   significa riconoscerlo, assumersi la responsabilità di scegliere, tra tante, soltanto alcune cose, che saranno quelle che lui chiamerà per nome.

Il bambino le chiamerà a sé e loro si staccheranno da un fondale indistinto per andare verso di lui, si alzeranno dalla sedia come dame invitate ad un ballo. E tra le tante cose che poteva diventare il mondo diventerà quello che loro avranno scelto.

Da bambini succede.

Poi si passa il resto della vita a maltrattare le parole, a svilirle, a dimenticarsene il mistero. Dopo averle invitate a ballare, le si trascurerà, si darà loro la schiena e ci si addormenterà senza averle pronunciate. Si useranno ordigni indeboliti, a volte solo per far male, e sempre meno per scegliere, sempre meno per far succedere il mondo. È qui che dovrebbe entrare in gioco la scuola. La scuola custodisce quella potenza: è il luogo in cui la casualità con cui da bambini si toglie la sicura alle parole viene organizzata, resa consapevole.

È il luogo in cui il cerimoniale del gran ballo tra mondo e parole viene codificato. I maestri ne sono gli officianti, i cultori. Si assumono tutta la responsabilità di un piccolo fondamentale addestramento. Togliere la sicura, prendere la mira, lanciare. E ancora: è a scuola che la lingua, codificata, diventa strumento politico, ponte relazionale, legame tra le persone. Per questo, la parola in qualche modo costruisce la scuola che a sua volta ha la chance di costruire una società, una comunità – la possibilità di raggiungersi reciprocamente, tra individui -, attraverso quella gettata di cemento che sono le parole quando vengono messe in sequenza a dare forma a un discorso. E i bambini prima, e i ragazzi poi, hanno soprattutto la grande opportunità di apprendere il gioco del riconoscimento e della chiamata del mondo. Solo che poi gli anni passano, e il mistero – è in parte fisiologico – lascia il posto a tutto il resto.

Alle parole non si chiede più di far succedere il mondo ma di trasportarlo. A sedici anni un ragazzo preferisce restare in silenzio, dire una parola in meno piuttosto che una di troppo.

Perché tra le tante cose che potrebbe sbagliare, preferisce sbagliarne, appunto, una di meno.

Oppure le rovescia fuori in una valanga, e di quella valanga gli interessa prima di tutto la massa, la forza d’urto, la potenza: assistere al travolgimento del mondo piuttosto che esporsi al ridicolo di una scelta sbagliata.

A scuola, poi, le parole diventano solo traslocatori di cose lungo lo stremante piano inclinato del programma scolastico: sulla schiena delle parole si caricano rivoluzioni industriali, sonetti ed endecasillabi, asindoti e derivate, Napoleone, Manzoni, fotosintesi clorofilliane e genitivi sassoni. I ragazzi le vedono passare e assistono al loro avvicendarsi da traghettatrici del loro tempo perso, da Caronti della morta vita.

Così chiedono ad altre parole di farli evadere, di aiutarli a scappare di casa: le rovesciano sul telefonino o sul monitor del computer come sos, le spingono fuori cercando di non farsi vedere dai genitori. E così, mentre alcune parole si trascinano ingobbite di sensi di colpa, altre partono a chiedere aiuto, buttano lenzuola dalla finestra e scivolano giù, nella più ordinaria delle evasioni del mondo.

Per questo è fondamentale chiedere ai ragazzi di tornare a officiare quel rito di scelta e chiamata, far sentire loro la potenza e il rischio di togliere la sicura a un ordigno. È fondamentale per loro ed è importante per noi, vedere quali saranno le cose del mondo che chiameranno e, di conseguenza, quale forma avrà il mondo che avranno nominato

 

 

 

Auguri della Dirigente, per il nuovo anno scolastico, a tutti gli alunni 

Sii sempre il meglio di ciò che sei!


 

Se non puoi essere un pino sulla vetta del monte, 

sii una canna  nella valle, 

ma sii la migliore, piccola canna

sulla sponda del ruscello.

Se non puoi essere un albero,

sii un cespuglio.

Se non puoi essere un’autostrada

sii un sentiero.

Se non puoi essere il sole,

sii una stella.

Sii sempre il meglio

di ciò che sei.

Cerca di scoprire il disegno

che sei chiamato ad essere,

poi mettiti a realizzarlo nella vita.”


(M.L.King)

 

 


Anno scolastico: 2014/2015
Responsabile e titolare del procedimento: Dirigente Scolastico
Incaricato/a del procedimento: Dirigente Scolastico

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